Natura2000 and protected areas

Come più volte raccontato nel nostro blog, dal 2016 il MUSE si occupa, in collaborazione con diverse entità nazionali ed internazionali, dello studio dell’ecologia e demografia del fringuello alpino, un passeriforme strettamente legato all’alta quota e pertanto considerato un indicatore efficace degli effetti dei cambiamenti climatici su questi ambienti. Tra le diverse attività intraprese in questi anni vi è stata l’installazione di cassette nido presso il Parco Nazionale dello Stelvio ed il Parco Naturale Paneveggio-Pale di S. Martino.

E mentre il monitoraggio delle cassette presenti si ripete ormai ogni estate, il MUSE, con il supporto del Comitato Scientifico del CAI, ha ora intenzione di estendere l’attività ad altri massicci dell’area dolomitica e prealpina orientale, con il duplice obiettivo di aumentare la disponibilità di dati sulla specie e, nel prossimo futuro, di sensibilizzare il pubblico frequentatore della montagna sull’impatto dei cambiamenti climatici, che proprio in alta quota mostrano il loro lato più manifesto.

Nei giorni scorsi la prima cassetta nido di questa nuova fase della ricerca sul fringuello alpino ha raggiunto il massiccio del Carega nelle Piccole Dolomiti, gruppo montuoso a cavallo tra le province di Trento, Vicenza e Verona (Fig. 1). Collocata presso le installazioni del Rifugio Mario Fraccaroli (Sezione CAI Cesare Battisti di Verona) a quota 2.238 metri (Fig. 2 e 3), la cassetta nido è un primo passo verso il monitoraggio del fringuello alpino in questo massiccio che rappresenta la propaggine più meridionale del settore alpino – e prealpino – centro-orientale in cui la specie risulta nidificare (Fig. 4).

Altri due aspetti contribuiscono a rendere interessanti le Piccole Dolomiti dal punto di vista dello studio degli effetti dei cambiamenti climatici sulla specie e sull’ambiente di montagna in generale: l’altitudine massima di “soli” 2.259 metri e la posizione relativamente isolata rispetto ai gruppi montuosi circostanti e più settentrionali. Infatti, per le specie strettamente legate alle caratteristiche delle quote più elevate come il fringuello alpino, gli effetti del riscaldamento globale si fanno sentire in maniera più acuta proprio in gruppi montuosi meno elevati e più isolati geograficamente (Fig. 5).

Fig. 5. I gruppi montuosi delle Alpi e Prealpi centro-orientali interessati dalla presenza del fringuello alpino (Montifringilla nivalis).

a cura di Giovanni Zanfei, Antonio Romano e Karol Tabarelli de Fatis

I rettili, assieme agli anfibi, sono i vertebrati più minacciati a livello globale. Inoltre, data la loro marcata sensibilità alle alterazioni ambientali e l’elevata specializzazione ecologica, anche se poco studiati, questi animali possono fornire importanti dati ecologici come bioindicatori. Alla luce di questi motivi è facile intuire l’importanza dei monitoraggi erpetologici.

Dal 2018 il MUSE conduce un’attività di ricerca sull’erpetofauna tramite l’uso di rifugi artificiali, una metodologia che risulta essere decisamente vantaggiosa, in quanto permette di aumentare la contattabilità degli animali e di raccogliere informazioni standardizzate.

I rifugi artificiali (RA) consistono in oggetti disposti in un ambiente, al fine di campionare gli animali che potrebbero ripararvisi al di sotto, e possono essere costituiti di diversi materiali (legno, lamiera, cartone catramato o cemento). Nello specifico, in questa ricerca sono stati utilizzati come rifugi artificiali delle onduline (101×78 cm) in cartone catramato, un materiale impermeabile e adatto ad assorbire calore. Queste sono state posizionate in cinque siti: quattro Riserve Naturali Provinciali (Lavini di Marco, Marocche di Dro, Lago di Loppio, Monte Brione) e al Giardino Botanico Alpino delle Viote, per un totale di 100 rifugi artificiali (20 per ciascun sito).

L’attività di campo prevede il controllo periodico di ogni RA, tenendo conto di diversi parametri ambientali (come ora del giorno, temperatura ed irraggiamento solare), per verificare l’eventuale presenza di rettili che vi abbiano trovato riparo. Al termine dell’attività di monitoraggio i dati raccolti vengono divisi per specie e per sito, così da poter ricavare informazioni sulle specie presenti, su quali sfruttano maggiormente i rifugi artificiali e in quali ambienti questi siano più efficaci.

Le specie ritrovate con maggior frequenza sono state la lucertola muraiola (Podarcis muralis), la natrice dal collare elvetica (Natrix helvetica) e l’orbettino italiano (Anguis veronensis). Il sito dove sono state individuate più specie è il Giardino Botanico Alpino delle Viote, probabilmente perché in quota i rifugi artificiali vengono sfruttati non solo come ripari, ma anche come “rifugi termici”, dove i rettili possono assorbire calore più facilmente e velocemente, dal momento che la temperatura alle alte quote è spesso un fattore limitante per gli animali eterotermi.

Ma i rifugi artificiali vengono sfruttati anche da altri animali: numerosi taxa di artropodi (formiche e ortotteri, ma anche chilopodi, diplopodi e aracnidi), molluschi gasteropodi, anfibi (rospo comune) e piccoli mammiferi (come Apodemus sp., Microtus sp. e Rattus sp).

Finanziati attraverso l’Operazione 7.6.1. del Piano di Sviluppo Rurale della PAT, gli studi hanno riguardato habitat e specie Natura 2000 presenti nel territorio dell’area protetta.

Fra questi, la caratterizzazione degli habitat riproduttivi della salamandra nera (Salamandra atra), con un focus particolare circa la valutazione delle possibili azioni di tutela della specie. Altra attività condotta riguarda la caratterizzazione degli habitat prativi attraverso lo studio degli effetti della gestione di questi ambienti sulla biodiversità mediante indagini mirate su alcune specie indicatrici di qualità ambientale, come l’averla piccola (Lanius collurio) e il re di quaglie (Crex crex).

Lo studio ha preso anche in esame gli habitat forestali e quelli rupicoli. Nel primo ambito è stata condotta una indagine sullo stato di conservazione degli ecosistemi forestali, attraverso lo studio di alcuni tetraonidi, con particolare riferimento al francolino di monte (Bonasa bonasia) quali specie indicatrici, mentre per gli ambienti rupicoli sono state approfondite le conoscenze su alcune specie di rapaci che nidificano in tali contesti.

Queste attività, hanno lo scopo di implementare lo stato delle conoscenze di alcune specie e habitat Natura 2000 che caratterizzano il territorio, al fine di verificare l’efficacia delle misure di conservazione adottate e di concorrere all’aggiornamento o alla implementazione delle strategie di conservazione.

Fonte della notizia: https://www.parcopan.org/una-ricerca-del-parco-e-del-muse-su-habitat-e-specie-natura-2000/